Oct 02

I racconti della Kolyma

I “Racconti della Kolyma” sono una raccolta minimale dei racconti che Shalamov ha scritto negli anni successivi al suo rientro nel mondo civilizzato dopo 13 anni di prigionia in un Gulag in Siberia. La sua liberazione avvenne il giorno successivo alla morte di Stalin, e riuscì a far pubblicare i racconti in Occidente, divenuti in realtà famosi dopo la pubblicazione di “Arcipelago Gulag” di Solženicyn, con cui ebbe una discreta polemica avendolo accusato di eccessiva “dolcezza” nel raccontare la vita nel Gulag.
In verità mi aspettavo qualcosa di ben più duro, ma è fuori di dubbio che i racconti diano molto da pensare.

Citazione:
Non vorrei ritornare dalla mia famiglia. Là non mi capiranno mai, non potranno capire. Quello che a loro sembra importante, per me è un mucchio di sciocchezze. Quello che sento importante per me è il poco che mi è rimasto e loro non possono capirlo, provarlo. E poi aggiungerei una nuova paura, ancora una nuova paura, alle mille paure di cui è piena la loro vita. Quello che ho visto io, un uomo non lo deve sapere, né vedere.

Essendo un detenuto politico, fu ripudiato dai familiari. Morì nell’82, senza aver guadagnato alcun ché dalla pubblicazione dei sui racconti, con grande rancore.

Citazione:
quando c’è fame, freddo e non si dorme, non si fa amicizia e Dugaev, nonostante fosse giovane, capiva tutta la falsità del detto secondo cui l’amicizia si vede nell’infelicità e nella disgrazia. Perché l’amicizia sia amicizia occorre che siano già state gettate salde fondamenta quando le condizioni non sono ancora arrivate al limite estremo al di là del quale nell’uomo non c’è più nulla di umano, ma c’è solo diffidenza, rabbia e menzogna. Dugaev capì molto bene un proverbio del Nord: non credere, non temere, non chiedere: i tre comandamenti del detenuto.

Forse questa è la citazione che più riassume i racconti della Kolyma. Nonché quest’ultima, terribile per quanto vera (e la storia dell’URSS ne ha dato tristemente conferma…)

Citazione:
La cosa essenziale è sopravvivere a Stalin. Tutti coloro che sopravviveranno a Stalin vivranno.

Consigliato, assieme ad un bel libro di fotografie della Siberia (su Marco Polo trasmettono in questo periodo una serie di documentari… da inserire come compendio, eventualmente…)

Oct 02

Readings update 11/2016->12/2017

Breve aggiornamento sulle letture recenti. Titolo del post fuorviante in quanto quelle riportate coprono sì e no gli ultimi due-tre mesi.

Riassumo brevemente: nell’ultimo anno ho alternato Sci-fi con polizieschi e pochi fantasy, e un certo numero di saggi. Mediamente porto avanti due o tre letture assieme di cui uno solo è un romanzo.

Nell’ultimo periodo però ho abbandonato la SF, per colpa di un panorama poco interessante. In effetti attualmente l’unica roba interessante per il nostro genere di elezione esce in originale, e leggere in inglese alla lunga mi affatica un po’, senza contare che non è sempre facile cogliere le sfumature… dipende molto dall’autore. Trovo Stross, uno dei miei autori preferiti, molto difficile.

Ad ogni modo in questo post riporterò soltanto i libri non-scifi, riservandomi un improbabile approfondimento futuro.

 

Iniziamo con “I Racconti della Kolyma” di Salamov, un compendio in forma novellare delle esperienze dell’autore nel Gulag in Siberia; assai godibile e, si dice, molto più crudo di “Arcipelago Gulag” di Solzenicyn. In effetti la scena delle scarpe di “The long way back” è tratta integralmente da uno dei racconti. Ne parlerò in un post a parte.

Dopo “il mondo degli artefici” e “The Hydrogen sonata”, ho letto “il bosco delle volpi impiccate” di Aarto Pasilinnaa. Bellissimo romanzo ambientato in Lapponia, con personaggi strampalati e situazioni tragicomiche, con un finale davvero commovente. Un romanzo sulla crescita e sul miglioramento, forse un po’ ottimista nel credere nel buono che è innato nelle persone, ma son punti di vista. Consigliato anche per la prosa davvero godibile.

Il saggio “Marta Russo, di sicuro c’è solo che è morta” di Vittorio Pezzuto è una cronistoria dell’omicidio della studentessa romana e dei successivi gradi di giudizio che hanno portato ad una condanna definitiva che non può che risultare davvero dubbia. Se volete avere una ragione per diffidare del sistema giudiziario, beh, questo libro ve ne fornirà più d’uno.

Ho riletto poi la trilogia della Fondazione di Asimov (credo la terza o quarta volta) senza esserne deluso (il romanzo è un po’ invecchiato ma ha ancora tutto il suo fascino).

Scia di Sangue” di Karin Slaughter è un romanzo poliziesco che ho trovato tutto sommato piacevole anche se i personaggi mi sono sembrati piuttosto stereotipati e banali. Il poliziotto orfano, cresciuto da una (o più) famiglia affidataria è oramai un must del genere, che trovo sempre più insopportabile. Dexter Morgan ha sdoganato la serie, e ci manca da morire. Ma lui era Dexter, tutti gli altri, ahimè, non possono che sfigurare.

La verità non basta” di Lee Child ha come protagonista un poliziotto militare che svolge un’indagine su una serie di omicidi di civili, e scopre il classico complotto per salvare un alto militare. Se non fosse già visto un miliardo di volte, sarebbe anche interessante, peccato che questa trama davvero originale sia stata rovinata da un protagonista insopportabilmente perfetto come tutti i “buoni” dell’esercito, che non solo son bravi nel loro lavoro, trombano come dio solo sa. Che palle. Bocciato.

L’ombra del Coyote” di Michael Connelly per fortuna ci fa capire che bravi scrittori di Thriller ancora esistono. Quarto della serie di Harry Bosch, è probabilmente il romanzo clou per capire il protagonista, anch’esso (ta-da!) orfano di madre e cresciuto blablablabla…. Ma rispetto a Will Trent di Slaughter, siamo su un altro pianeta. L’intimo del protagonista, i suoi limiti, le sue paure, sono affrontate in questo romanzo in una indagine che costituirà per Bosch una vera e propria autoanalisi. Bello, che dire, Connelly non delude mai.

Infine ho terminato ieri “L’apprendista Assassino” di Robin Hobb… e finalmente un romanzo Fantasy che non sia il solito polpettone freddo da frigo! Nonostante il ritmo non sia tra i più serrati, anzi, a tratti si dilunga un po’ troppo nella vita intima del protagonista, che racconta in prima persona… beh, non si può negare che la storia si originale e i personaggi affatto banali. Si potrebbe obiettare qualcosina sul finale, un po’ deboluccio in alcuni punti, soprattutto perché sembra terminare all’improvviso… ma ciò non inficia su un romanzo che si fa piacevole fin dalle prime pagine. Scritto peraltro con una prosa scorrevole, piacevole e ricercata. Sicuramente leggerò i due seguiti.

Ho intanto iniziato alla grande con il leggendario James Ellroy, il Maestro di tutti i polizieschi… con “Perché la notte”, secondo della serie di Hopkins, dopo il disturbante “Il grande nulla” … Peccato che di notte si debba anche dormire…

 

Nov 05

Parigi nel XX secolo, Jules Verne

Si tratta di un’opera “riscoperta” recentemente in una vecchia cassaforte, un libro rifiutato dall’editore come “eccessivamente pessimista”.
Il romanzo è anni luce lontano dal Verne avventuroso e visionario che immaginiamo. Si tratta più di una speculazione, ardita, su come sarebbe dovuto essere il futuro 100 anni dopo la scrittura del romanzo. Ma più che sulla tecnologia e la scienza, Verne si concentra sulla società. Retrospettivamente, la scienza ha fatti molti meno passi avanti di quello che effettivamente sono avvenuti, anche rispetto le ciò che Verne stesso aveva immaginato: Dalla Terra alla Luna si è avverato di lì a pochi anni, 20.000 leghe sotto i mari era una realtà da qualche decennio, e via così. L’elettronica non esiste, figurarsi l’informatica! Ma ammettiamolo, l’accelerazione che la scienza ha subito a partire dal 1900 era inconcepibile per chiunque nel 1870!
Dunque, poca scienza, poca tecnologia, in verità moltissima azzeccata con precisione, vedi il canale di Panama; ma soprattutto la società. E la società del XX secolo, vista da Verne, è una società ben peggiore di quella che conosciamo: l’arte è scomparsa, la tecnologia ha vinto su tutto, gli uomini sono diventati insensibili tra loro, la famiglia distrutta. Cosa che puntualmente non si è verificata, nonostante lo stracciarsi di vesti dei più critici. Ma la società di Verne è anche statalista e burocratizzata, tanto che gli stessi artisti che realizzano commedie e tragedie per il teatro (la televisione non c’è) sono dipendenti pubblici. E ahimè questo aspetto si sta concretizzando, almeno in alcuni luoghi (tra cui la Francia stessa).
Al di là di questo, il pessimismo di Verne è soprattutto verso l’impossibilità di uscire dal sistema, l’individuo “libero” e “diverso” (l’artista) non ha alcuna possibilità di salvarsi.
In un certo senso quest’opera ha anticipato più che la scienza e l’evolversi della storia, il malessere della società del ‘900, poi portato all’estremo da artisti successivi, sia nella letteratura che nell’arte in generale.
Quindi, più che un romanzo di fantascienza, quello che ci ha regalato Verne è un romanzo anticipatore della società e dei suoi malesseri.
Comunque, molto bello.

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