I canti di Hyperion – Dan Simmons

Il termine “space opera” con cui si è soliti definire questo ciclo di 4 libri, scritti tra l’89 e il ’97 da Dan Simmons, ben descrive l’epopea che l’autore ci regala in queste oltre 2000 pagine.

Space opera, lo dice il termine, è un epopea epica ambientata nel futuro dei viaggi interstellari, protagonisti uomini ed alieni, e spesso mondi ed imperi, trattando frequentemente tematiche importanti e dalla forte connotazione politica e sociale.

Naturalmente non è facile commentare un’opera così articolata e impegnativa anche perché il ciclo dei “canti’ presenta sfaccettature e connotazioni diverse in ciascun libro, rendendo necessario trattate separatamente ciascuno di essi, magari anche con sole 4 righe.

[notice]Inevitabilmente il commento che segue contiene delle anticipazioni (spoiler) relative alle vicende narrate nei vari libri.[/notice]
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 Hyperion

Hyperion ha vinto a buon rigore il premio Hugo 1990. Rifacendosi chiaramente ai “Racconti di Canterbury” di Chaucer, narra la storia di 7 pellegrini in cammino sul pianeta Hyperion, un misterioso mondo ai margini dell'”egemonia”, la federazione dei sistemi planetari riuniti sotto una stessa entità politica. Le motivazioni per cui ciascuno di essi  affronta il difficile cammino sono spiegate nei sette racconti che compongono l’opera, ma tutti costoro sono in missione per il Presidente Esecutivo dell’Egemonia, nel tentativo di risolvere una difficile situazione geopolitica.

Hyperion è un pianeta misterioso e pericoloso, e per questo leggendario: in esso hanno sede le “Tombe del tempo” dei manufatti alieni inaccessibili ai mezzi volanti, su un altipiano raggiungibile tramite una lunghissima funivia, al centro di un mare d’erba abitata da animali pericolosissimi; le tombe stesse sono protette da un campo “antientropico”, viaggiano cioè “indietro nel tempo”, e dal terrificante “shrike”, detto “il signore della sofferenza”, un semidio metallico coperto di aculei, cui i devoti si immolano sperando di veder esaudite le proprie richieste.

E’ durante il lungo avvicinamento alle “tombe” che i sette pelligrini raccontano la propria storia.
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La caduta di Hyperion

In “La caduta di Hyperion” trovano conclusione le vicende dei 7 pellegrini sul pianeta Hyperion, e splendidamente raccontate nell’opera precedente.

In questo il senso della “space opera” raggiunge livelli epici: la lotta tra gli umani e coloro che ne minacciano la sopravvivenza entra nel vivo, e prendono quindi parte tutti quei caratteri tipici del genere: battaglie spaziali, viaggi in altri mondi, alieni e personaggi bizzarri.

Il racconto qui è più ricco di azione ma anche più riflessivo, in quanto tutti i dubbi, le paure, le speranze dei personaggi diventano spunto filosofico. Lo Shrike stesso, che nel primo libro era visto più come un’ombra tenebrosa e non ben definita che si aggira negli angoli bui della narrazione, entra nel vivo dell’azione, e la sua presenza spietata e angosciante diventa motivo di riflessione sul senso della sua presenza nella vicenda e sul senso della sofferenza nella vita umana.

Questo libro conclude idealmente la prima parte del ciclo, ed è decisamente il più avvincente dei quattro, essendoci praticamente tutto quello che un lettore esigente ricerca nella fantascienza ed ancor più nella space opera.
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Endymion

Più di due secoli dopo la conclusione dei fatti narrati in Hyperion, l’umanità ha raggiunto un nuovo equilibrio, una nuova fase della propria evoluzione; ma la realizzazione di una profezia che vede una bambina di 12 anni uscire dalle “tombe del tempo” di Hyperion, da origine ad una caccia all’uomo per tutti i pianeti dell’egemonia.
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Il risveglio di Endymion

Questo capitolo conclude il ciclo dei “canti”, con un inevitabile significato di superamento del concetto di progresso; lo statu quo, basato sulla sopraffazione dell’uomo da parte del potere e della tecnologia che esso stesso ha creato, è destinato a cadere in favore di una più equa realizzazione della vita basata sull’empatia universale.

Gli ultimi due romanzi possono essere idealmente riuniti in un unico episodio, essendo probabilmente la divisione di natura squisitamente editoriale. Molto diverso in questa parte il tono della narrazione, in cui si da grande spazio alle tematiche sociali, ed in particolare alla critica verso i poteri forti ed espressamente al potere della chiesa cattolica, e meno alla riflessione personale.

Il ciclo dei Canti di Hyperion

Al di là delle considerazioni dei singoli romanzi, vale la pena portare un commento anche ai 4 libri visti come ciclo completo.
Sebbene infatti il primo possa anche essere letto come opera a sé stante, per via della sua peculiare struttura narrativa, pur lasciando in sospeso la sorte dei pellegrini, e tra il secondo e i due seguenti vi sia una cesura che rende possibile fermare la lettura anche al termine della “caduta”, è inevitabile trattare un’opera così articolata e peculiare come un unicum indivisibile, onde non perderne la bellezza globale.

I quattro romanzi sono caratterizzati da una fortissima attitudine al “sense of wonder”, ovvero quella capacità, peculiare delle narrazioni fantascientifiche, di creare nel lettore un senso di meraviglia tramite situazioni o paradigmi completamente nuovi. Grande merito ha, senz’altro sia l’ambientazione che tutte le vicende che i protagonisti vivono: pianeti diversissimi, che regalano grandiose visioni di paesaggi naturali, montagne altissime e distese infinite di erba vivente, così come oceani smisurati e megalopoli alienanti. Attraverso i numerosi “teleporter” che i protagonisti utilizzano per viaggiare, incontriamo pianeti coperti da un unico oceano immenso così come giganti gassosi e giungle pericolose, popolati talvolta da animali alieni talmente ben descritti da lasciare a bocca aperta.
Il desiderio, scrivendo, di rendervi partecipi di queste visioni fantastiche è forte, e per questo mi debbo fermare.
Ma i canti non sono solo grandi viaggi. Come detto, la storia è ricca di suspense e ritmo, in particolare la caduta di Hyperion è un avvincente spaccato della lotta dell’uomo contro i fantasmi che esso stesso ha creato. Lotta che, inevitavilmente vede sfasciarsi il livello evolutivo che l’uomo ha raggiunto, solo per dar inizio ad un’ulteriore, terribile lotta che porta infine l’umanità ad un nuovo livello di consapevolezza o di evoluzione.
I canti sono un’opera davvero magistrale.
Certo in oltre 2000 pagine ogni tanto la stanchezza fa capolino; il risveglio di Endymion, in particolare, pecca di un’eccessivo lirismo che in certi punti diventa quasi irritante; e più volte Dan Simmons ricade in una crisi new-age che lo spinge ad insistere in modo fin troppo marcato in descrizioni che appesantiscono decisamente la lettura.
Nonostante un finale un po’ scontato ed ingenuo, ed un epilogo decisamente troppo lungo, il ciclo è di una grandezza ed un valore tale da doverlo per forza di cose catalogare tra i capolavori del genere, una lettura assolutamente obbligata ad ogni amante della fantascienza.